E’ stato approvato definitivamente (con voto di fiducia) il Ddl sulla sicurezza, che aveva tanto fatto discutere negli scorsi mesi per via del “reato di clandestinità”, ora introdotto nel nostro Paese, contro il quale il Vaticano si è subito pronunciato.
Il testo finale ha accolto però le forti critiche legate ai “medici spia”, ovvero a quella norma che, nei fatti, invitava caldamente i medici a denunciare i pazienti clandestini che si presentassero negli ospedali per cure urgenti.
Da Milano il vicesindaco Riccardo De Corato festeggia. La sua linea, molto leghista anche se si tratta di un ex esponente di An, è da sempre chiara: tolleranza zero come risposta al bisogno di sicurezza da parte dei cittadini, ma soprattutto la declinazione della sicurezza come sicurezza dalle aggressioni.
De Corato, giornalmente, invia comunicati stampa sull’azione di controllo e repressione da parte delle forze dell’ordine, soprattutto, c’è da dirlo, quando gli arresti o i fermi coinvolgono gli immigrati. E sempre De Corato si è fatto promotore dei provvedimenti di sgombero di edifici pubblici, di controllo serrato dei campi rom e dell’azione di dissuasione, chiamiamola così, messa in atto in via Paolo Sarpi e dintorni.
Dalle prime dichiarazioni sembra che De Corato sia soddisfatto soprattutto delle “ronde soft”, effettuate da associazioni di cittadini (preferibilmente ex appartenenti alle forze dell’ordine), sotto gli ordini del prefetto. Esse, del resto, sono state modellate sull’esperienza milanese dei “Blue Berets” di cui abbiamo già dato conto, e che in effetti registra successi. Certo è che la sicurezza non è soltanto un problema relativo all’immigrazione clandestina ma qualcosa di più complesso, che attraversa anzitutto la percezione psicologica individuale, poi riguarda tutti, immigrati e non. E infine ci si può legittimamente chiedere, non per questo sposando le tesi dell’estrema sinistra, quale sia il modello più efficace di risposta, se la repressione o (come suggerisce la Chiesa cattolica) l’integrazione a partire dal bisogno. O qualcos’altro ancora.
Dovunque, o quasi, bisogna pagare per parcheggiare l’auto. Ma nessuno si occupa di uno sviluppo davvero sostenibile
Si è incominciato, molti anni fa ormai, dal centro storico, poi la zona Fiera, San Siro e qualche “macchia” nella città.
Si è arrivati ad avere un massacro di giallo-blu che colora l’asfalto milanese, segno ineluttabile della sosta a pagamento con aree riservate ai residenti.
Le zone sono numerate, e anche il centro storico non è più unico. Tutta la semi-periferia, come si diceva un tempo, è interessata. Si passa da una zona all’altra senza rendersi conto. Le tariffe sono più o meno uniformate: 1,20 o 1,50 euro all’ora. In qualche caso si paga anche di sera, in qualche caso (Fiera e stadio) solo se c’è una manifestazione in programma. In altri casi ancora (le vie dello shopping) anche di domenica ma solo a dicembre: il che dimostra una certa furbizia del Comune a scegliere luoghi, modalità, date. In pratica: se c’è più richiesta, si paga.
Si potrebbe pensare, e qualcuno lo sostiene, che questo sia il futuro delle città. Dopo averle ingolfate di automobili non possiamo dare per scontato il diritto al posto auto gratuito. Si vocifera anche che ci fosse un (lontano) regolamento comunale che già negli anni ‘50 imponesse, in certe zone, a costruire tenendo conto di almeno un box privato per ogni nuovo appartamento, e sembra che quel regolamento fosse rimasto inapplicato.
Tra confusi ricordi che vanno a sostituire difficili, se non impossibili ricerche negli archivi comunali, si arriva all’oggi: zone a traffico limitato per danneggiare certe categorie (i cinesi di Paolo Sarpi) vanno a danneggiare tutti (la vecchietta non può farsi venire a prendere sotto casa dal familiare o dal tassista). Le striscie gialle spesso non bastano (San Siro), a volte invece sono troppe (Bicocca). Le striscie blu, invece, sono sempre troppo poche, così arrivano i dissuasori fisici (i “panettoni”, elettronici o statici) e quelli umani (i temuti ausiliari della sosta, che verbalizzano ogni infrazione che vedono).
Il codice della strada parla chiaro, sui marciapiedi non si posteggia. E tuttavia a Milano questo tipo di sosta è tollerata da sempre, e quasi ovunque: ma non in Foro Bonaparte, dove è immediatamente punita. Il regolamento delle aree verdi è lapalissiano: dove c’è un pubblico giardino non si posteggia. E tuttavia in viale Argonne questo tipo di sosta era tollerata, perché la notte tra venerdì e sabato era impossibile parcheggiare altrove (causa lavaggio di cinque o sei strade limitrofe contemporaneamente). Poi qualcuno ha piazzato i dissuasori, mentre i Vigili consigliavano ai cittadini di usufruire dei multi-piano privati (a costi esorbitanti) che, guardacaso, in zona non mancano.
Si potrebbe continuare, ma sarebbe inutile. Se il sito del Comune non ha nemmeno una pianta con tutte le zone, ma soltanto un elenco di “strade interessate”, è forse anche perché ormai le vecchie macchie di leopardo sono state sostituite con un programma perfettamente integrato e “commerciale”, con cui la città di Milano fa cassa attraverso il pagamento della sosta e le multe per chi non la paga.
Se ovunque tu vada, devi pagare il parcheggio, è ovvio che tu sia incentivato a usare i mezzi pubblici. Divieti e balzelli sono odiosi ma necessari, sì, per regolare almeno in parte l’uso dell’auto privata: e se l’ultima trovata (l’Ecopass in centro) ha messo d’accordo tutti almeno in teoria, facendo dire ai Verdi che è stata «troppo timida», la vera crescita “sostenibile” della città deve andare in un’altra direzione.
La vera alternativa all’uso dell’auto è infatti un ragionamento complessivo sulla Milano del futuro, perché quella di oggi è ancora troppo mono-centrica, troppo legata agli spostamenti multipli nell’arco della giornata, troppo legata a viaggi extraurbani che in treno o con gli autobus di linea diventano difficili, caotici, disagiati e soprattutto vincolati ai cronici ritardi. C’è davvero molto lavoro nell’ambito della “città metropolitana” (che di fatto già esiste da decenni!), aumentare le soste a pagamento e basta non risolve niente.
Aprire un locale come soluzione alla crisi economica?
Si direbbe che la crisi economica porti a far chiudere ristoranti e bar, e probabilmente a molti locali è successo davvero. Ma dai dati sembra ci sia una compensazione in positivo rispetto a quelli che aprono, almeno in Lombardia. La Camera di Commercio di Monza e Brianza è convinta che aprire un locale sia una risposta alla crisi stessa.
In tutta la regione nell’ultimo anno (dal primo trimestre 2008 al primo trimestre 2009) sono stati aperti circa 500 ristoranti (+4,6%), nove volte più del dato complessivo di tutte le imprese (meno dell’1% in più).
Proprio la provincia brianzola e quella milanese segnano la percentuale più alta, superiore al 7% in più. La tendenza è simile anche a Lodi e a Sondrio, mentre le altre province risultano al di sotto della media regionale.
Come l’Italia attrae competenze creative
Di per sé la notizia sarebbe da trafiletto sull’ultima delle pagine locali – nel senso che questo è il destino che ha avuto.
L’edizione 2009 (la quinta) di Masterclass – La Casa delle Scuole di Teatro è però meritevole di qualche accenno in più. Organizzata dal Piccolo Teatro su un’idea di Luca Ronconi, ha ospitato dal 14 giugno a oggi otto scuole di teatro internazionali e nazionali, da sei Paesi diversi. Tre quelle italiane (la Civica Paolo Grassi, un liceo di Latina e la scuola per attori del Piccolo), le altre provenivano da Budapest, Shanghai, Mosca, Cardiff e Strasburgo.
Perché un festival del genere può essere interessante? Innanzitutto perché ha offerto suggestioni strepitose e inaspettate, come la performance degli studenti-attori della Schepkin School del Maly Teatr di Mosca, che hanno inscenato lo spettacolo “Abbiamo duecento anni!“, emblematica (e meritata) autocelebrazione per quella che in Russia è una vera e propria istituzione, con selezioni durissime: ogni anno ci provano in 30mila ed entrano in meno di quaranta. E si vede, si è visto: hanno tenuto la scena del Teatro Studio, non facilissima per la conformazione molto particolare del luogo, per due ore, applauditissimi.
Un’altra suggestione importante è stata quella del Royal Welsh College of Music and Drama di Cardiff. Una dozzina di attori, un testo (“In my mouth“) impegnativo sia per il tema (l’impossibilità delle donne di esprimere le proprie idee nell’Inghilterra del ‘600) sia per la struttura labirintica del luogo, con gli spettatori coinvolti al massimo e gli attori che si muovevano davanti, dietro, sopra, di lato, a volte quasi invisibili, a volte quasi tangibili, ma sempre “insieme” al pubblico. Un pubblico in piedi che si spostava, per poter seguire tutte le scene, e così partecipava anche, in un certo senso, ai movimenti dell’attore sul palcoscenico.
Perle del genere non si potevano perdere, dunque la rassegna sarà da tenere d’occhio anche per il prossimo giugno.
Ma non è solo questo. La Casa delle Scuole di Teatro dimostra anzitutto la vitalità del Piccolo Teatro, un’istituzione eccellente del nostro Paese, che proprio nelle scorse settimane ha perso per sempre la sua storica direttrice generale, Nina Vinchi. E dimostra che il made in Italy, lungi dall’essere soltanto spaghetti e tailleur, può parlare anche (e ancora) di cultura, aggregando e attraendo competenze creative da tutto il mondo.
La piccola grande rilevanza della Casa delle Scuole di Teatro è forse anche questa, al di là dell’aspetto meramente teatrale.
Si delinea il programma della “Bella Estate” di Milano per il 2009, la cui punta di diamante è forse ancora una volta il Milano Jazzin’ Festival. In centro, e cioè all’Arena Civica, ospiterà dal 2 al 22 luglio grandi nomi del jazz internazionale, con alcune serate speciali (l’anno scorso era stata la volta dei Rem).
Ma quest’anno stare a Milano d’estate non significa solo grande musica. Sarà aperta infatti “Mysland”, una specie di isola tropicale urbana allestita di fronte al Vigorelli, in piazza Carlo Magno: sport e relax per tutto luglio e tutto agosto, con un ingresso giornaliero fissato a 6 euro (4 euro per bambini e anziani). In cambio spiaggia con ombrelloni, spazi per acquagym, nove ore al giorno per assistenza ai più piccoli, piscina, beach volley e uno spazio per spettacoli dal vivo.
Inoltre il 30 agosto è previsto il Milano Urban Festival, che a dispetto del nome si terrà all’Arena Concerti della Fiera di Rho. Kooks e Kasabian saranno l’antipasto per l’unica data italiana degli Oasis.
80 corsi per giovani di tutto il mondo durante l’estate 2009
Anche la Moratti è scesa in campo per presentare il progetto del Campus estivo, la “Milano Summer School”, un programma molto ambizioso che, grazie all’impegno dell’assessore al marketing territoriale Massimiliano Orsatti, coinvolgerà circa 500 giovani da tutto il mondo. “Una città aperta ai giovani, che attira i ragazzi anche d’estate”: è questa la definizione che il sindaco ha dato all’idea, davvero innovativa se si pensa che, di solito, le Summer Schools sono affidate alle iniziative (rare in Italia) delle università.
Ma ecco, in breve, le caratteristiche. Saranno 80 i corsi, divisi in sette percorsi tematici: moda, design, artigianato, musica, ambiente, turismo e relazioni internazionali e italiano.
Coinvolte nella Summer School, che durerà dal 29 giugno al 7 agosto, 16 scuole e università.
Il tutto sarà “condito” con party serali, concerti e visite a quanto di artistico offre Milano.
Il sito predisposto fornisce tutte le informazioni necessarie a partecipare alla Summer School.
La sicurezza sul metrò tiene ancora banco, dai “Blue Berets” a Matteo Salvini
Mentre Atm lancia un sondaggio ai clienti-passeggeri della metropolitana (e della linea 31 di superficie) per indagare il livello di soddisfazione del servizio, arrivano i primi bilanci dell’operazione “Blue Berets”, gli otto volontari agli ordini del prefetto che pattugliano (ancora in periodo di prova) la metropolitana in orario serale.
A regime i volontari saranno 26, le pattuglie 13. Per il momento sotto controllo c’è la linea gialla (nella sua interezza), la linea rossa (nelle due diramazioni da Pagano in periferia e da Porta Venezia a Sesto) e la linea verde (da Cadorna a Famagosta e da Loreto a Cascina Gobba).
Si è scelto quindi di sperimentare il servizio direttamente nei tratti più pericolosi.
Secondo il vicesindaco De Corato la presenza dei “Blue Berets” in metropolitana è molto apprezzata, anche se gli interventi segnalati dal politico del PdL (ex An) riguardano soprattutto interventi di minore entità (un portafoglio ritrovato, un gruppo di ragazzi fermato mentre stava per entrare senza timbrare il biglietto) rispetto alla “vera” (in)sicurezza che solitamente si percepisce di sera nell’underground milanese.
Stando comunque a un sondaggio nazionale, otto italiani su dieci vorrebbero un’iniziativa del genere nella propria città: “è la migliore risposta a chi parla di spreco di soldi”, conclude De Corato.
Nello stesso tempo il consiglio comunale di Milano, con voto bipartizan, ha “sfiduciato” il consigliere della Lega Matteo Salvini che, pochi giorni prima delle elezioni provinciali, aveva lanciato la nota “sparata” sui vagoni della metropolitana riservati alle donne. Salvini, che s’era dimenticato di pensare al fatto che appena scese sulla banchina le donne sarebbero state di nuovo in mezzo ai pericolosi maschi provenienti dagli altri vagoni, ha replicato con una intervista su Affari Italiani dicendo che conferma la sua “non proposta”, e questo anche se il suo stesso partito gli aveva timidamente pregato di fare una marcia indietro.
Riprendiamo il video con cui il Piccolo Teatro di Milano ha inteso onorare la memoria di Nina Vinchi, scomparsa questa settimana, per quarant’anni colonna portante del primo teatro pubblico d’Italia.
Prima Abbado, poi gli Afterhours: la musica a Milano porta alberi nuovi
Aveva iniziato il maestro Claudio Abbado, un po’ scherzando e un po’ no, con un’intervista al Corriere: torno a Milano, aveva detto, se saranno piantati nuovi alberi.
Penati e la Moratti avevano fatto a gara per presentargli progetti in grande stile, per una Milano più verde, e il Maestro alla fine ha detto sì: a giugno 2010 dirigerà l’orchestra della Scala, dopo moltissimo tempo.
Nell’attesa, a riprendere questa tematica sono gli Afterhours, una band che con Abbado non ha nulla a che fare se non trasmettere emozioni e messaggi tramite la musica. Il loro tour (“Il Paese è reale”), genericamente improntato a far conoscere artisti emergenti, nella tappa milanese del 19 giugno (con un concerto gratuito in piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale) si arricchirà di sensibilizzazione ambientale.
L’organizzazione infatti donerà alberi per la creazione di aree verdi in città. “E’ bello che il mondo della musica, dopo l’appello lanciato dal maestro Abbado, si renda ancora protagonista per fare di Milano una città più bella”, commenta Maurizio Cadeo (assessore al Decoro Urbano), che continua: “la prima risposta a Abbado viene da un gruppo musicale milanese, gli Afterhours: la musica chiama e la musica risponde”.